I Pink Floyd preparavano The Dark Side of the Moon; la Nasa, verso la
Luna, ci preparava gli ultimi viaggi; i Genesis stavano registrando
Selling England by the Pound; a Monaco, Settembre nero aveva ammazzato
gli atleti israeliani; Gimondi e Merkxx (cosi'?) se la battevano ad ogni
gara; Andreotti era sempre tra i piedi.

A Pontedecimo le cose erano piu' tranquille. La gente si arrabattava;
erano di moda il borsello e le camicie sintetiche; i Trilli spopolavano;
tv in bianco e nero, Giochi senza Frontiere, la 850, la 600, le prime
127, le ultime Topolino.

Io, dodicenne, avevo avuto una brutta notizia: non e' che il francese
non mi piacesse, non e' nemmeno che dei Romani non mi interessasse
niente; e non erano le equazioni di secondo grado a mettermi in
difficolta'. La verita' e' che ero miope, e avrei dovuto portare gli
occhiali!

Tra le disgrazie e le fortune del Mondo, tutto il circondario la sera
aveva una sola meta: andare da Bepi, mio padre, a giocare a bocce
nell'orto! E qui inizia il bello.
Il "campo da bocce" era uno spiazzo ricavato nel giardino, di una bella
decina di metri per due, per fare il quale tutto il vicinato si era
prodigato. Si era persino fatta un'incursione notturna per "prendere in
prestito" un cilindro di cemento armato che opportunamente elaborato era
diventato un ottimo rullo compressore! Tutti, chi piu' chi meno,
lavoravano in fabbrica, e chi saldava, chi faceva il falegname, chi il
lattoniere, tutti avevano il "mestiere". Mio padre aveva recuperato da
un cuscinetto a sfere industriale la materia prima: le bocce! Sfere di
acciaio di una decina di cm di diametro. Non a norma, va bene, ma
chissenefrega!

Il campo da bocce era da guinness dei primati: l'unico campo al mondo
con un albero di cachi in mezzo! E beh, lo spazio era quello. In testa
al campo, dove piovevano i colpi, Franco il Toscano aveva alzato due
barriere di legno rimovibili, montate dopo le continue lamentele di mia
madre che aveva paura di prendere bocciate negli stinchi mentre stendeva
i panni; sul lato della ferrovia la tribuna popolare: il pollaio. Le
povere galline guardavano quelle strane uova rotolare e la gente
arrabbiarsi. Dall'altro lato, il giardino con lo spazio per gli ospiti:
i giocatori fuori turno, le mogli con i ceti nuovi di zecca, gli
avventori occasionali, il tavolo per appoggiare le bottiglie, i bicchieri
e la pateca.

Io vivevo li, quindi ero sempre il primo ad arrivare. Dopo aver studiato
(ah, i compiti delle vacanze!) e annaffiato l'orto, aspettavo con ansia
che arrivassero tutti. Ogni volta che il catenaccio del cancello
cigolava cercavo di indovinare chi fosse.

Prima arrivava Pipetta, il vicino di sopra, che per non sbagliare
arrivava gia' ubriaco. In realta' sano non lo e' mai stato... Dopo di
lui, finito di lavare i piatti, arrivava la Beppa, sua moglie. Marietto,
il loro figlio, peste, e mio mentore, arrivava subito dopo; e iniziavamo
a angusciare Pipetta che se era di luna buona ci diceva di tutto,
altrimenti ci rincorreva con la zappa. Poi arrivava Franco il Toscano,
l'unico non genovese, il piu' tirchio di tutti: per anni e' stato un
paradosso, ma e' cosi'. Aveva tirato un filo che dal piano di sopra
portava la corrente fin sul caco, dal quale pendeva una lampadina da 60
candele, spenta finche' non ci si vedeva piu'; veniva riavvitata solo
quando le bocciate che finivano tra i piedi delle povere donne
superavano quelle che andavano a segno.

Calava il sole, imbruniva, veniva buio. Le prime a segnare il passo
erano le farfalle, che sparivano; poi iniziavano a comparire le zanzare;
dopo si sentivano le rane; infine si accendevano le lucciole. I vicini
arrivavano, timidamente. Gli uomini si davano del tu, le donne del lei,
ancora adesso dopo quarant'anni di amicizia...
"Arvimmu 'na butiggia!". Barbera, dolcetto, vino da pasto. Pipetta lento
e costante si faceva fuori la sua mezza bottiglia. A volte veniva mio
zio Sergio, che portava la nonna. Lei, dal lato dei suoi tredici figli,
due guerre vissute, era sempre contenta e la sua risata sdentata e' uno
dei piu' bei ricordi della mia vita.

Si gioca! I "bravi" si sceglievano un compagno brocco (tra cui io), e si
giocava. L'immarcescibile orologio senza meccanismi segnava i punti;
quindi, si arrivava ai dodici! Si iniziava con le partitine in cui
sembra che non freghi niente a nessuno ("a primma a l'e' di figgieu!"
"a Livorno si picchiano per perdere la prima!"), per poi finire con
l'arrabbiarsi e raggiungere una fiscalita' estrema nella misurazione dei
punti ("l'e' me'!"). Alcuni personaggi (Bepi, Franco il Toscano, Barba
Luigi, Gianni Oba-O, Giorgio l'Avucatu, Enso l'Inzeggne', Pierino,
Segundu) se la prendevano a cuore; altri si divertivano a disturbare
(io, Marietto, Bruzunin); altri facevano punti per puro culo (Pipetta,
Bruzun, Sette Menestre). Mio zio Sergio, sempre brillo, era specialista
nel parlare quando qualcuno stava per bocciare, deconcentrandolo e
rovinandogli il Karma ("sta sittu, diu ***!").

Si giocava finche' c'era luce; poi finche' la lampadina lo permetteva.
Dopo, si giocava per istinto. Bocce piccole e scure, tutte uguali, non
si sapeva piu' di chi era il punto: un disastro. E allora via con la
pateca! Prima di cena si andava in piazza, con la macchina (l'unica
occasione, per me, di fare un giro!). I Maestri Patecari si sfidavano
ogni volta ("quella de vei a l'ea ciu bunn-a!" "nu ti capisci in
belin!"); si metteva la pateca nel trogolo, verso le sette, e la si
mangiava alle dieci, bella fresca!

Iniziavano ad andare via verso le undici, escluso Pipetta che dopo aver
scolato il suo, abbandonava il campo. Poi a turno, chi la mattina doveva
alzarsi alle cinque, chi alle sei, chi alle sette. La serata finiva con
Fido che benediceva il caco, mia mamma che portava in casa bicchieri e
coltelli, io che l'aiutavo. Le rane continuavano a gracchiare, le
lucciole a decorare un albero di Natale che non esisteva; Franco il
Toscano a provare e riprovare l'accosto che non gli era riuscito; mio
padre a salutare tutti sul cancello, aspettando di chiudere il
lucchetto, per finire con il pollaio.

E' passato un terzo di secolo. Un terzo dei personaggi sono morti, un
terzo non abita piu' li'. Rane, farfalle, lucciole sono solo nella mia
testa. Ma tante cose sono rimaste le stesse. Il campo c'e' ancora, anche
se nessuno ci gioca piu'; io sono sempre miope, e Andreotti e' sempre
tra i piedi.



Per i "foresti":
- pateca = anguria
- Arvimmu 'na butiggia! = apriamo una bottiglia (di quello buono,
sottinteso)
- 60 candele = 60watt
- a primma a l'e' di figgieu! = la prima e' dei bambini (la si fa
vincere per far contenti)
- l'e' me'! = caspita, il punto e' mio!
- Giorgio l'Avucatu, Enso l'Inzeggne' (l'avvocato, l'ingegnere)
- sta sittu, diu ***!  = taci, maledizione!
- quella de vei a l'ea ciu bunn-a! = era migliore il sapore di quella
acquistata giusto ieri!
- nu ti capisci in belin! = sei in fallo!